RIFORMA DELLA SCUOLA E CULTURA ARTISTICA

Il Premier Matteo Renzi ha annunciato che dopo settanta anni di riforme fatte per sottrazione, il suo esecutivo è il primo che investe davvero sulla scuola. Il testo della riforma che andrà alla Camera lunedì e che per l’approvazione finale temo non avrà un iter veloce, immagino le spinte corporative a lasciare tutto come prima, è indubbiamente indirizzato a rivalutare la meritocrazia e contiene, anche cosa di non poco conto, impegno di denaro pubblico per un’istruzione che sappia coniugare l’esigenza di stare al passo con i tempi con un sguardo alla nostra storia.

Per stare al passo con i tempi viene introdotto per alcune discipline, l’uso dell’inglese, mentre per quanto riguarda il resto, il governo si è accorto che anche l’arte possa essere un’occasione per fare non solo cultura ma anche cassa. In detta logica vengono predisposti  due provvedimenti e precisamente: la reintroduzione nelle scuole superiori della “storia dell’arte”, ed un tesoretto di € 500 a professore per migliorare o forse è meglio dire incentivare la conoscenza del bello che in Italia non è cosa di poco conto. Il tutto per un impegno di € 40 milioni.

Vado sostenendo da tempo che l’investimento nella protezione, manutenzione e conoscibilità delle opere d’arte e dei suoi siti, può essere  una formidabile fonte di sviluppo economico, soprattutto per i giovani il cui tasso di disoccupazione è tra i più alti nella Comunità Europea.

In uno con detto progetto, arriva l’annuncio di Papa Francesco che l’8 dicembre 2015 si aprirà un giubileo straordinario.

A parte i problemi di ordine pubblico che ci saranno da affrontare, peraltro immensi per qualsiasi comunità, il giubileo è un’ulteriore occasione per presentare ai numerosi pellegrini che visiteranno l’Italia e Roma, tutti gli innumerevoli siti d’arte sparsi per il nostro Paese. Non è solo un tour per i Musei Vaticani. Un’occasione per rinsaldare i vincoli di fratellanza e solidarietà tra gli esseri umani, ma anche  un’occasione per fare cassa, quella miserevole cassa di cui tanto abbiamo bisogno.

L’augurio è che i pellegrini trovino l’ennesima occasione per pulirsi l’anima, ma al contempo per spendere.

Pertanto bene gli incentivi alla cultura, poca cosa, ma comunque insieme all’Art Bonus un segnale di attenzione ad un mondo negletto, dall’altro una risposta forte a quella parte di islamiti per i quali, come chiosa l’autorevole Washington Post, “Roma è forse il simbolo più potente tra quelli odiati dallo Stato Islamico”. Aggiungerei che forse questo è anche il pensiero del villico Salvini. A proposito Salvini sa che è nato dove operavano il Bramantino e il Luini e che il Veneto tanto agognato elettoralmente  tra i “molti” artisti ci ha dato il Giorgione, Tiziano, il Lotto, il quasi romano Saraceni e Paolo Caliari detto il Veronese.

Mi scuso ma quest’ultimo  è patrimonio del Tosi. E da ultimo l’Accademia Carrara di Bergamo la quale  riapre ad aprile e ospiterà Palma  il Vecchio, di chi è, di Maroni, Salvini o Tosi.

Forse è di tutti gli italiani e dei pellegrini che sciacqueranno le loro nefandezze nelle acque melmose del Tevere.

Renzi, Giannini e Franceschini, tirate dritto. Intanto da Cernobbio Enrico Letta e Padoan invitano all’ottimismo.

 

Roma 16 Marzo 2015 a cura di Demetrio Minuto


IL FANTOMATICO ISIS E LE OPERE D’ARTE

Non c’eravamo, perlomeno noi italiani, ancora ripresi dal saccheggio di Mosul, che apprendiamo che ai primi di marzo un nuovo assassinio all’arte ed alla storia si è consumato prima nel sito archeologico di Mimrud e poi nella città assira di Hatra.

Cosa dire, i Lanzichenecchi d’Oriente hanno nuovamente colpito.

Prendiamo atto delle solite stucchevoli parole di condanna per l’ennesimo misfatto.

Le aggettivazioni che seguono il misfatto sono sempre le stesse, stupore, indignazione, barbarie etc… Colpevole è chi le compie ma anche chi permette loro di compierle.

Forse qualcuno non si è accorto che queste operazioni di basso livello chirurgico sono iniziate già negli anni ottanta.

Ci si è dimenticati dei Lanzichenecchi talebani che in Afghanistan avevano cercato di cancellare la memoria buddista, ci si è dimenticati delle nefandezze dei ceceni o dei Kosovari o degli stessi statunitensi che con le loro bombe a grappolo avevano danneggiato siti archeologici. Tutto nell’oblio.

Il fenomeno non è di oggi, viene da lontano, dalla volontà o dall’indifferenza nella difesa della cultura o dell’arte e quindi della storia dei popoli.

Poco ha importato ed importa agli stati imperialisti o vetero imperialisti occidentali o orientali che siano, se si danneggia la storia dell’uomo o parte della stessa che trova espressione sublimante nella bellezza.

Non indigniamoci poi più di tanto se etnie, che brutta parola, diciamo orde occidentali di beceri imbecilli per una partita di calcio, mettono a ferro e fuoco la primaria città dell’arte, qualificabile come tale, vuoi per consuetudine o per diritto. Io direi per diritto.

Prendo spunto da questi atti di distruzione, e dissacrazione posti in essere tra gli altri anche da Jihadisti, per finalità a me poco comprensibili per svolgere alcune banali considerazioni.

Giuliano Ferrara poco tempo fa in una trasmissione “elegante”, ma essenzialmente auto referenziale, ebbe a dichiarare: “ma non vi rendete conto che siamo in guerra”.

Affermazione resa ancora più forte in quanto supportata dalla sua simpatica stazza fisica.

In effetti Ferrara non aveva torto, ma mi sono chiesto “conosco il mio nemico”. Ma andiamo oltre e mi chiedo ulteriormente se c’è un nemico, dall’altra parte vi deve essere qualcuno disposto a combattere in tutta trasparenza, assumendosene i rischi del caso. Rischi minimi in rapporto ai danni, alla cultura, generalmente intesa.

Oggi parliamo di Mosul o di Mimrud siti archeologici sempre protetti da quei dannatissimi dittatori di cui un giorno l’Occidente che se ne era servito, ha deciso di liquidare.

Non vorrei che qualcuno dimenticasse che le guerre del Golfo furono attivate sulla base di dubbie informazioni, poi rilevatesi del tutto od in parte menzognere o che i combattenti afgani prima coccolati da un certo occidente in chiave antisovietica, alla fine si sono ribellati non solo ai propri “stolti protettori” ma a tutta la storia dell’umanità.

E che dire dei bombardamenti alla cieca, cioè distruggendo tutto e tutti, i quali hanno cancellato o tentato di cancellare gli odiati dittatori di Libia e Siria che comunque garantivano la “memoria storica” e con i quali, Italia in prima linea, avevano stretto un legame quasi fraterno. Ci siamo dimenticati di Gheddafi nel cuore di Roma con le sue coccolate cavallerizze.

Fatti, anzi orribili fatti di selvaggia eliminazione, il più delle volte non autorizzati da chicchessia. Si potrebbe blaterare ma non più di tanto che nella latitanza dell’ONU, ognuno possa fare opera di killeraggio.

Ma veniamo al vero problema, esiste qualcuno in grado di definire chi sia l’Isis? Un califfato, una accozzaglia di sfigati o uno strumento per interessi più grandi rispetto agli stupri di guerra, all’assassinio in video di persone e di opere d’arte.

Ma non possiamo ragionare sull’Isis se non ci chiediamo a quali interessi giova la sua furia assassina di persone e di opere d’arte patrimonio dell’intera umanità.

Non certo a quelli italiani, che corrono il rischio del tutto reale che gli Uffizi o il Pitti o le Scuderie del Quirinale o quant’altro siano mandati in rovina. È solo furia religiosa. Dubito.

Dimentichiamo che anche la mafia attentò ai beni culturali. Sono atti di sfregio all’intera umanità, ma è bene evidenziare senza ipocrisie che non tutti avvertono o percepiscono lo sfregio alla stessa maniera.

Chiedetevi perché il nostro Renzi è andato a colloquio con Putin, e non con altri leader occidentali per parlare della Libia e quindi delle infiltrazioni dell’Isis.

È vero o irreale che gli adepti dell’Isis siano salafiti, cioè musulmani sunniti, praticanti nell’ortodossia più estrema dell’Islam. Non trovo risposte certe.

È vero peraltro che sono di scuola sunnita in contrapposizione a quella sciita, e per questo più pericolosi, perlomeno così ci insegna l’occidente.

Ma il vero pericolo, come ci ricorda Istraele non era l’Iran.

L’occidente soprattutto quello imperialista ha rapporti con questi stati, ma ben si bada di chiedere agli stessi se finanziano l’Isis. Oppure può permettersi di rivolgere queste domande, senza subire inevitabili e comprensibili ritorsioni economiche.

La nostra Italia, patria dell’arte e della cultura, se pur espropriata illegalmente e derubata a più riprese dai propri amici occidentali di numerose opere d’arte, non può giustamente attendere passivamente le decisioni di quelli che ho definiti amici, ma certo non galantuomini.

Un grazie ai nostri Carabinieri che hanno recuperato anche negli Stati Uniti un gran numero di opere di archeologia o altro.

Se siamo veramente con quelli che abortiscono la sottocultura di un Tremonti, che ebbe ad affermare che con l’arte non ci si mangia, facciamoci promotori, prima che sia tardi, di un coraggioso intervento contro tutte le barbarie che comunque ci colpiscono quali fulcro e collettori dell’intera arte mondiale dopo anni di indecente oblio ai quali il Ministro Franceschini sta cercando di porre rimedio.

Non sappiamo di preciso ne chi sia l’Isis né come si finanzi, a parte i sequestri ed il commercio delle opere d’arte, tutti atti illegali che non possono che essere parte di una realtà controrivoluzionaria ben più grande. E chi ci rassicura che l’Isis ed i loro amici siano anche capaci di immettere sul mercato velenosi “strumenti finanziari” che forse ottengono ottimi punteggi dalle agenzie di rating, per pura distrazione, si intende.

Se pur con mille difficoltà affrontiamoli “sul campo” ma non con i vili e costosissimi aerei di produzione imperialista che aggiungono morti a distruzione, desolazione e dissoluzione del tessuto sociale e culturale.

Caro Ferrara, hai ragione, siamo in guerra ma dobbiamo in primo luogo conoscere chi sono gli amici e chi i nemici.

Da ultimo apprendiamo che anche i new cow boys nelle persone di alcune cittadine americane, hanno profanato il Colosseo.

Indignazione e basta, come per le altre barbarie di giovani statunitensi che in piena sbornia, avevano dato alle fiamme parte dell’Hotel Parco dei Principi. Risultato nessun provvedimento coercitivo preso in merito ai fatti in oggetto. Nulla, con buona pace di Roma ladrona, però anche fessa o troppo timida con alcune Ambasciate.

Sempre in tema di fesserie apprendiamo che il Prof. Sgarbi, come da lui dichiarato, avrebbe individuato un muratore, non capra, che per soli € 800, dicasi ottocento, sarebbe stato in grado di restaurare la “Barcaccia” in piazza di Spagna.

Viva la goliardia, peccato sia sempre a nostre spese.

 

Roma 11 Marzo 2015 A cura di Demetrio Minuto

 

Art. bonus decreto legge 31 maggio 2014 n. 83 convertito nella legge 29 luglio 2014 n. 106. Buone le intenzioni, ma le agevolazioni fiscali per il mecenatismo in cultura sono poca cosa.

 

Non possiamo che congratularci per la rapidità con la quale una “proposta di legge” abbia avuto un iter parlamentare così veloce, cosa alla quale francamente non si è abituati.

Sul punto, ma solo su di esso, vene spontaneo inviare un bravo al Ministero Franceschini il quale contrariamente al già Ministro Tremonti, “non ritiene” che con la cultura non si mangia.

Quella di Tremonti era evidentemente una battuta da consumato montanaro o boscaiolo valtellinese, ma a ben vedere esplicitava un sentimento “diffuso”.

Probabilmente lo stato di asfissia dei Poli museali al corto di visitatori rispetto ad altre realtà europee o comunque occidentali oltre al degrado di alcuni siti, Pompei tra tutti, unitamente alla bacchettata dell’Unesco, hanno sortito un qualche effetto.

Effetto, come vedremo, che ipotizzo abbastanza contenuto, se non nullo in alcuni casi, comunque tale da rappresentare uno scossone al colpevole oblio dei suoi predecessori.

Sciolte queste ovvie premesse, quasi stucchevoli per chi vive in Italia, ritengo cosa utile, anche dopo aver letto la Relazione Tecnica al provvedimento di cui agli Atti Parlamentari protocollata al numero 2426, entrare in alcune tecnicalità della legge 29 luglio 2014 n. 106, mi ripeto il così detto “Art Bonus”, senza ovviamente immaginare che il lavoro sia esaustivo in quanto tratta al momento il solo aspetto delle agevolazioni fiscali.

L’articolo 1, comma 1, del decreto legge n. 83 del 2014, stabilisce che “per le erogazioni liberarli in denaro effettuate nei tre periodi d’imposta successivi a quello in corso al 31 dicembre 2013, per interventi di manutenzione, protezione e restauro di beni culturali pubblici, per il sostegno degli istituti e dei luoghi della cultura di appartenenza pubblica e per la realizzazione di nuove strutture, il restauro e il potenziamento di quelle esistenti delle fondazioni lirico-sinfoniche o di enti o istituzioni pubbliche che senza scopo di lucro svolgono esclusivamente attività nello spettacolo etc… spetti un’agevolazione in termini di credito di imposta”.

 

Il credito d’imposta viene regolato nelle seguenti misure:

  - Per il 65% a fronte delle erogazioni liberali effettuate in ciascuno dei due periodi d’imposta successivi a quelli in corso al 31 dicembre 2013.

   - Per il 50% a fronte delle erogazioni liberali effettuate nel periodo successivo a quello in corso al 31 dicembre 2015.

 

Se ci fermassimo al primo comma dell’art. 1 dovremmo riconoscere che il provvedimento è tale da incentivare in modo succulento il mecenatismo, ma al secondo comma si precisa che il 65% od il 50% di quanto erogato, si trasforma in credito d’imposta con i seguenti limiti e precisamente:

 

a) Per le persone fisiche e gli enti non commerciali nei limiti del 15% del reddito imponibile dichiarato.

b) Per i titolari di reddito d’impresa nei limiti del 5 per mille dei ricavi annui.

 

Pertanto coniugando il primo ed il secondo punto all’odg, è di tutta evidenza che le agevolazioni tributarie potrebbero risultare molto meno appetibili di quanto si pensasse, se pur erroneamente, in un primo momento.

Sul punto peraltro la Relazione Tecnica al provvedimento era stata molto chiara ed aveva quantificato l’impatto sui conti pubblici prevedendo anche le limitazioni di cui al secondo punto, limitazioni non ben evidenziate dagli organi di stampa.

Ma dalla lettura del primo comma emerge un’ulteriore limitazione consistente nel fatto che nel periodo in cui sono in vigore le agevolazioni dell’Art Bonus non si può beneficiare da parte delle persone fisiche di quanto previsto dall’art. 15 comma 1 lettere h) e i) e per le persone giuridiche di quanto previsto dall’art. 100 comma 2 lettera f) e g) del TUIR.

Benefici che restano comunque in vigore qualora si voglia comunque partecipare alla valorizzazione del patrimonio culturale con altre forme di mecenatismo quali le erogazioni allo Stato per l’acquisto di beni culturali.

Gli articoli sopra citati prevedono per completezza di informativa quanto in appresso:

Per le persone fisiche una detrazione del 19% dal reddito lordo o del 2% dal reddito complessivo dichiarato, qualora si tratti di erogazioni a favore dello spettacolo.

 

- Per le persone giuridiche le erogazioni liberali sono senza limiti di importo qualora effettuate nei confronti dello stato o istituzioni pubbliche, fondazioni e associazioni riconosciute senza scopo di lucro per l’acquisto, manutenzione, protezione, restauro dei beni vincolati ai sensi del Dlgs 42/2004 o del 2% del reddito imponibile dichiarato se a favore dello spettacolo (art.100 comma 2 lettere f) e g) del TUIR).

In buona sostanza le agevolazioni fiscali di cui all’Art Bonus hanno introdotto dei benefici fiscali a favore delle persone fisiche e giuridiche che si impegnano nella valorizzazione dei beni culturali, annullandone altre. Purtroppo la conclusione che se ne ricava è la seguente: è tutto da dimostrare se il mecenatismo che le persone fisiche e giuridiche traggono in termini di benefici fiscali dall’introduzione dell’Art Bonus sia superiore alle agevolazioni esistenti fino al 31 maggio 2015 data di approvazione del DL. Anzi c’è il rischio che le vecchie agevolazioni fossero più “ghiotte” delle attuali.

La questione è ancora più grave perché la relazione tecnica al provvedimento sull’Art Bonus non affronta seriamente il punto in oggetto, tant’è che da questo punto di vista la legge di conversione n. 106 del 29.7.2014 sicuramente ha avuto un impatto mediatico, ma dal punto di vista sostanziale e sempre in tema di agevolazioni fiscali, potrebbe rilevarsi una micidiale “bufala”.

Si consideri inoltre che tra i soggetti fruitori degli interventi agevolabili fiscalmente, rispetto alle precedenti norme agevolative, non vi rientrano più gli enti morali o le fondazioni o associazioni riconosciute (forse perché le stesse continuano a fruire di dette norme. Interrogativo lecito che la legge non chiarisce).

La legge al contrario tra i beneficiari in sede di conversione del Decreto Legge, ha incluso in ciò meritevolmente “i soggetti concessionari o affidatari di beni culturali pubblici destinatari di erogazioni liberali in denaro effettuate per la realizzazione di interventi di manutenzione, protezione e restauro dei beni stessi” (quali ad esempio i gestori di pinacoteche, musei etc… anche privati).

Da ultimo va chiarito che il credito di imposta va ripartito in quote annuali di pari importo in tre esercizi.

Per le persone fisiche con compensazione in dichiarazione annuale dei redditi e per le persone giuridiche in sede di scomputo dei versamenti di imposte tramite F24 se pur nei limiti di quanto previsto dall’art. 17 del Dlgs 9.7.1997 n. 241.

La legge ha poi glissato sull’attualissimo problema della deducibilità integrale ed in un unico esercizio delle sponsorizzazioni per la valorizzazione dei beni culturali.

Ricordando che la sponsorizzazione prevede a fronte dell’erogazione delle liberalità una controprestazione generalmente consistente nella pubblicità del marchio o del prodotto del mecenate, perché ci si chiede non si è legiferato in merito.

O meglio perché sul problema se le sponsorizzazioni rientrino tra le spese interamente o parzialmente deducibili, qualora equiparabili alle spese di rappresentanza, il legislatore non è intervenuto con una norma avente titolo di “interpretazione autentica” eliminando tanto contenzioso con gli uffici dell’Amministrazione finanziaria.

Chiudo questa prima parte di commento alla legge cd Art Bonus e agevolazioni fiscali per il restauro, manutenzione etc… di beni pubblici e loro valorizzazione, “rilevando” che di fatto si è persa un’ulteriore occasione per realmente incentivare il mecenatismo e per introdurre norme agevolative ben più incisive per chi svolge opere di manutenzione su beni di proprietà privata ma “vincolati” ex dlgs 42/2004, opere il cui costo è ben più oneroso rispetto alla manutenzione di un bene non soggetto a vincolo.

Roma 17 Settembre 2014 a cura di Demetrio Minuto

 

Gli sgravi fiscali per chi sostiene la cultura: in arrivo l'Art bonus


 

Le erogazioni liberali effettuate per interventi di manutenzione e restauro dei beni culturali, per il sostegno degli istituti pubblici e per la realizzazione di nuove strutture o il restauro di fondazioni liriche e teatri potranno beneficiare di un tax credit (c.d. “Art bonus”) del 65% per il biennio 2014-2015 e del 50% per il 2016. E’ quanto prevede il D.L. Cultura approvato dal Governo.

 

Il Consiglio dei Ministri ha approvato il 22 maggio un decreto legge con il fine di promuovere gli investimenti dei soggetti privati nel campo dello sviluppo del patrimonio culturale. Sul tale provvedimento il Ministro Dario Franceschini ha chiarito che “il dl Cultura introduce un Art bonus, sul modello Ecobonus: un sistema di incentivi fiscali per un privato che decide di fare donazioni per il restauro di un bene culturale, con un credito d'imposta del 65% in tre anni”. Dunque il D.L. prevede un sistema di incentivi fiscali, fondato sul riconoscimento di un tax credit nei confronti dei privati che effettuino donazioni a sostegno di attività culturali. Il credito d'imposta sarà ripartito in tre quote annuali di pari importo: è previsto però un tetto massimo per beneficiare degli sgravi fiscali pari al 15% del reddito imponibile, con riferimento a persone fisiche ed enti non commerciali, ed al 5 per mille dei ricavi annui per i soggetti titolari di reddito d’impresa. Per questi ultimi, inoltre, il credito sarà utilizzabile anche in compensazione. Nel decreto si prevedono poi una serie di misure sulla trasparenza delle donazioni, introducendo l’obbligo di comunicazione (anche sui siti web) dell’ammontare ricevuto e del relativo utilizzo, nonché in materia di crowdfunding e fundraising, con l’organizzazione in capo al Ministero dei Beni Culturali di nuove apposite strutture per incentivare le donazioni. In una logica strategica, entro il 31 dicembre di ogni anno verrà adottato un piano per i grandi progetti sui beni culturali, nel quale saranno individuati beni o siti di eccezionale interesse per i quali sono necessari interventi di restauro e valorizzazione. Con il suddetto decreto l’Italia si pone a fianco di paesi come la Francia, ai primi posti per il mecenatismo nell’ambito dei beni culturali. Si attende a questo punto la sua pubblicazione in Gazzetta Ufficiale e la relativa conversione in legge.

 

Roma 23 Marzo 2014

 a cura di Matteo Ceccarelli  Avvocato tributarista di Roma

 

COME MIGLIORARE LA GESTIONE DEI BENI CULTURALI

Il Giornale dell’Arte nel numero di marzo 14 e l’International Council of Museum hanno meritoriamente risollevato il tema in oggetto, già peraltro affrontato da Belle Arti srls, intervistando illustri cultori della materia, sia quali riconosciuti esperti, o critici d’arte o sponsor o cattedratici nazionali e internazionali.

Quali operatori del settore abbiamo ritenuto utile riprendere alcune delle loro considerazioni e ed“aggiungerne delle nostre”.

Le elenchiamo in estrema sintesi, intendendosi che l’elencazione, in quanto a ordine di citazione, non segue una logica di supposta meritevolezza o condivisione, essendo le stesse tutte più o meno condivisibili:

  • Fusione tra il Mibact e il Ministero dell’Economia, preso atto, come riconosciuto dallo stesso Ministro Franceschini che il Mibact è esso stesso un ministero economico.

  • Riforma della legge sulla libera circolazione delle opere d’arte sburocratizzando il percorso e facendo valere il criterio suggerito da Vittorio Sgarbi che si passi da “vincoli di polizia” a “vincoli di conoscenza”, aggiungiamo noi con processi di validazione da parte dei Beni Culturali fluidi e rapidi.

  • Prevedere una “dote fiscale” per chi dona beni culturali a musei di proprietà pubblica.

  • Piena riconoscibilità di deduzione e non di detrazione fiscale per la sponsorizzazione del restauro di beni culturali.

  • Corretto rapporto tra costi e benefici degli spazi concessi ai privati nelle aree museali, archeologiche etc. allargando detto concetto alla gestione dei privati di beni culturali, o aree, o spazi pubblici appartenenti allo Stato e sue emanazioni territoriali.

  • Introduzione, fin dalle scuole elementari, dello studio della Storia dell’Arte con visite in loco, che nulla abbiano a vedere con la ricreazione o lo scouterismo.

  • Visite private a prezzi popolari o, laddove opportuno, gratuite, corrispondendo alle guide compensi “di dignità”. I fondi si trovano, o comunque vanno trovati.

  • Laddove non si verta in ipotesi di sponsorizzazione, ma di vero e reale “mecenatismo”, che si dia debita gratificazione al mecenate.

  • Tenere presente che tutto ciò che è mera burocrazia, è “sottrazione di valore”, laddove le Belle Arti hanno bisogno di valorizzazione economica e sociale.

  • Completa detassazione dei beni immobili vincolati di proprietà privata, a condizione che gli stessi siano fruibili dal pubblico ed escludendo l’ipotesi di compravendita.

  • Negli spazi ludici gestiti da privati, accertarsi che lo standard dei servizi offerti sia qualitativamente coerente con il contesto in cui si opera.

  • Occupare nella valorizzazione dei beni culturali, ivi compreso il restauro, forze giovani, motivandoli anche con compensi adeguati, e non offensivi, come immaginato dall’allora Ministro Bray. Anche in questo caso i fondi si trovano. Comunque vanno trovati.

  • Stretta, anzi asfissiante collaborazione e confronto tra Beni Culturali, Ambiente con l’Unesco.

  • Incentivazione del turismo culturale, preparando addetti ai lavori di qualità. Stesso discorso per rafforzare vigilanza e custodia nei siti d’Arte.

Abbiamo voluto elencare solo alcune priorità, talune frutto di nostra osservazione e meditazione, altre prese, come detto, da interventi di esperti su “Il Giornale dell’Arte” di marzo.

A chiusura di queste note lamentiamo la colpevole timidezza del governo Renzi, nell’elencare tra le priorità, la valorizzazione dei beni culturali e la “messa in sicurezza” dei siti ambientali continuamente massacrati da condoni truffaldini o da opere spesso inutili o peggio devastanti nel gusto e nell’utilità delle stesse, salvo quella di conferire “appalti”.

Roma 17 Marzo 2014 A cura di Demetrio Minuto

VALORIZZAZIONE DELLA CULTURA E DI LUOGHI E BENI CULTURALI  L. 112/2013 CHE HA CONVERTITO IL DL. 91/2013

 

Avevamo già scritto, su articolo apparso in Belle Arti srls.eu del 18 novembre 2013, foglio online, sulle sinecure da parte dell’attuale ed in parte dei precedenti governi, in tema di valorizzazione del patrimonio paesaggistico e culturale italiano.

Ci si attendeva che il decreto legge 91/2013, fosse in sede di conversione in legge, fortemente emendato e tale da rendere inattuale il nostro articolo in materia, e tanti altri articoli apparsi sul tema, in gran parte su riviste specializzate o su quotidiani liquidati come populisti quali il Fatto Quotidiano. La coppia Enrico Letta e Massimo Bray, ma l’intero parlamento, ci hanno ulteriormente amareggiato partorendo poco più di un topolino e nient’altro, dando la sensazione o meglio una forte sensazione che per l’ennesima volta si sia voluto fare un regalo ad alcune corporazioni, seppur forse meritevoli, in altri casi che si sia voluto o tentato di non farci declassare dall’Unesco, in quanto lo ribadiamo il nostro patrimonio culturale è in default, e la tentazione di privatizzare ciò che non sarebbe opportuno privatizzare sia molto forte, contravvenendo ai principi dei nostri padri costituenti in materia. Si rammenta al riguardo il chiaro dettato dell’articolo 9 della Costituzione. Se la coppia Enrico Letta e Massimo Bray l’avessero dimenticato basterebbe bussare alla porta dei vari Rodotà, Mieli, Sartori e Sgarbi per citarne solo alcuni, e per avere lumi in materia. Tornando al decreto legge, convertito in legge e pubblicato in G.U. ad ottobre, troviamo norme e disponibilità da impiegare per “accelerare” la realizzazione del Grande Progetto Pompei, il tutto unito ad altri provvedimenti finalizzati a consentire il “rilancio economico sociale e la riqualificazione ambientale e turistica dei siti Unesco, quali le aree Archeologiche di Pompei, Ercolano e Torre Annunziata”. Ci consta che a tutt’oggi nessun lavoro abbia ancora avuto inizio e che i crolli a Pompei siano fatto consueto di ogni giorno, come riportato dai quotidiani italiani e stranieri, che correttamente parlano di un vecchio Paese rissoso ed improbabile.

La legge prevede inoltre altre iniziative per frenare il grave rischio di deterioramento relativamente ai Nuovi Uffizi di Firenze, al restauro del Mausoleo di Augusto ed altri siti Unesco in provincia di Ragusa. Non ci consta e spero che qualche benevolo lettore ne informi la Società Belle Arti srls, con sede in Roma via Giulia n. 127, che i relativi lavori abbiano avuto inizio. A  proposito di via Giulia, una delle vie più ricche d’arte di Roma, cosa si intende fare per rimuovere l’illegalità delle macchine parcheggiate in assoluto divieto di sosta, e per dare degna “sistemazione o sepoltura al sito romano” trovato durante gli scavi per costruire un irrealistico garage a più piani confinante con l’unico e tristissimo edificio presente nella via, e cioè lo stabile che ospita il liceo e le scuole medie dell’istituto Virgilio. Troviamo nel decreto di converso, sotto forma di tax credit, agevolazioni non da poco nel settore del cinema, delle attività musicali e dello spettacolo dal vivo, oltre a riconoscere il valore artistico e culturale del “carnevale”. Pioggia di agevolazioni che a questo punto, non me ne abbia la collaudata coppia Letta Bray, trovo una carnevalata dal sapore corporativistico. A questo punto parlando di tax credit, quindi in senso lato di agevolazioni fiscali, ci chiediamo e non troviamo una adeguata o convincente risposta al perché da un lato si agevolino alcuni settori e dall’altro si penalizzino fin dalla nascita del governo Monti i beni culturali posseduti da privati, assoggettandoli ad IMU seppur in misura ridotta del 50%, dopo aver però prima creato ad arte una base imponibile “cicciotta” frutto della rivalutazione delle rendite catastali, alla quale applicare succulenti aliquote introdotte dai Comuni più disastrati quali la città di Roma, il cui consiglio comunale pare paralizzato nel prendere qualsivoglia provvedimento in qualsivoglia campo, e dando all’estero più l’immagine di uno stadio o di un circo che quella di un’assemblea di saggi che discute e legifera. Non trovando risposta, continuiamo nel segnalare che la legge avrebbe anche meritoriamente inserito varie disposizioni per incrementare il lavoro giovanile sia attraverso la digitalizzazione del patrimonio culturale con la selezione di 500 giovani, che con la messa a disposizione di giovani artisti di immobili di proprietà statale. (Articoli 2 e 6 della legge in commento). Ci auguriamo, perché sul punto ad esempio non vi è certezza che l’articolo 2 trovi la piena copertura finanziaria. Segnaliamo inoltre che l’articolo 6 individua gli immobili statali di cui potrebbero fruire i giovani artisti. Ci saremmo aspettati, per il titolo giuridico dell’utilizzo, un comodato gratuito, ma siamo degli illusi in quanto il comma 2 prevede che i giovani artisti corrispondano un canone pari a quello di libero mercato con un abbattimento del 10% e con oneri di manutenzione ordinaria e straordinaria a carico del locatario o del concessionario, cioè dei giovani artisti.

Con questo articolo di legge si deprime la classe sociale del futuro la quale combatte con un tasso di disoccupazione che oramai raggiunge quasi un giovane su due. È una vergogna nazionale che non poteva non essere presente al primo posto, per essere oggetto di soluzione, nella confusa agenda di lavoro della spuria coalizione “Aletta & Company”. Per quanto attiene alle modifiche o integrazioni apportate al Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio, di cui al T.U. DPR 42/04 già legge 1089/39, finalmente e meritoriamente l’articolo 2 bis aggiunge al primo comma n. 1 il comma 1-b che recita “Fermo restando quanto previsto dall’articolo 7 bis, i comuni sentito il soprintendente, individuano altresì i locali a chiunque appartenenti, nei quali si svolgono attività di artigianato tradizionale e altre attività commerciali tradizionali, riconosciute quali espressione dell’identità culturale collettiva ai sensi delle Convenzioni Unesco di cui al medesimo articolo 7 bis, al fine di assicurarne apposite forme di promozione e salvaguardia, nel rispetto della libertà di iniziativa economica di cui all’art. 41 della Costituzione”. Ricordiamo che l’articolo 41 della Costituzione pone un limite alla libertà dell’iniziativa economica privata, laddove la ritiene che sia “in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”. Ci è tristemente noto lo scempio che in alcune città d’arte è stato fatto di negozi storici appartenenti alla nostra cultura o ad altre culture, il tutto favorendo lobbies, o fenomeni di possibile riciclaggio, i quali hanno anteposto l’interesse privato, o l’interesse illecito a quello collettivo, aprendo “improbabili esercizi commerciali”, nell’indifferenza collettiva anche di sindaci professori di Storia dell’Arte. Osserviamo inoltre che l’articolo 4 bis ha integrato l’articolo 52 del codice dei beni ambientali e paesaggistici DPR 42/04, inserendo norme a beneficio del perimetro antistante i beni culturali e paesaggistici meritevoli di tutela. Nulla però viene detto, e questa era la buona occasione, per diversamente regolamentare le aree ludiche all’interno dei musei ecc… in gestione ai privati, aree non sempre integrate con il contesto in cui sono inserite. Riprendiamo dalla cronaca di un giornale locale, la notizia che dopo 5 mesi di attesa, è stato formalmente sancito l’inizio dei lavori al Colosseo di Roma, con il contributo del noto imprenditore e mecenate Diego Della Valle il quale sponsorizza l’opera con ben € 25 milioni. A fronte di € 25 milioni dovremmo abituarci a vedere il marchio Tod’s o altri marchi del gruppo. Di sicuro sappiamo che  trattasi di  marchi a testimonianza e valorizzazione del “Made in Italy”. A proposito dopo questa buona notizia, altra notizia farsa. La legge di cui si è discusso fino ad ora facilita l’iter burocratico per le donazioni di modico valore di opere d’arte. Il modico valore  è stato elevato da € 5 mila a € 10 mila. Perché, ci chiediamo se ha paura delle donazioni, forse perché non si è in grado di verificare la tracciabilità delle stesse o il loro impiego in beni culturali. Ancora oltre, perché in tema di sponsorizzazioni di cui all’articolo 120 del DPR 42/04 non vi è stata una chiara presa di posizione in favore del mecenatismo da parte dei privati con ovvi riscontri oggettivi e facilitazioni ma senza il peso opprimente dell’inutile burocrazia.

Vogliamo continuare a vedere proliferare gli italiani che fanno donazioni al Louvre anziché agli Uffizi, alle Scuderie del Quirinale etc… E’ possibile. A chiusura del già troppo prolisso articolo, ma non poteva essere diversamente per l’importanza e centralità del problema trattato, Vi comunichiamo che a tutt’oggi della legge 11/2013, è stato attuato un solo articolo, quello che prevedeva la nomina di un commissario straordinario finalizzato alla ristrutturazione delle fondazioni liriche.

Con buona pace per il degrado dei siti Unesco, per la sburocratizzazione di alcune importanti procedure, per l’incremento occupazionale dei giovani.

A cura di Demetrio Minuto e Marco Minuto

Roma 6 dicembre 2013

IN MERITO ALLA VALORIZZAZIONE DEL PATRIMONIO CULTURALE

L’art. 9 della Costituzione, tra i suoi principi ispiratori, come ricordatoci dall’attento e rigoroso Stefano Rodotà, così recita “la Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e della ricerca scientifica e tecnica”. Al comma secondo quale affermazione logica e conseguenziale del primo recita: “tutela il passaggio storico e artistico della Nazione”.

Secondo lo Zingaretti ma probabilmente, anche secondo i nostri magnifici e dimenticati Padri costituenti, il concetto di promozione sta non solo nel dare impulso ma anche nel “favorire e sostenere”. Tale articolo è stato ripreso dal Dlgs sui Beni Culturali per ricordare giustamente che “la Repubblica tutela e valorizza il patrimonio culturale in coerenza con le attribuzioni di cui all’art. 117 della Costituzione (potestà legislativa in materia di esclusione spettante allo Stato) e secondo le disposizioni del presente Codice”, che diciamolo subito, prevedono deleghe in favore delle Regioni cd in alcuni casi ai Comuni e alle Provincie. Gli articoli 2 e 3 delle disposizioni generali sul Testo Unico dei Beni Culturali di cui al già citato Dlgs 22.1.2004 n. 42, ricordano che “i beni del patrimonio culturale di appartenenza pubblica, sono destinati alla fruizione della collettività” e che la tutela degli stessi comporta che sia “garantita la protezione e conservazione per i fini di pubblica fruizione”. Come si vede la parola fruizione per i beni culturali pubblici ricorre frequentemente e sta a significare godimento ed uso a favore di ogni cittadino, aggiungerei senza discriminazioni di nessun tipo.

Lascio a chi visita il sito Belle Artisrls o il foglio on-line della società, giovane start up, giudicare se al momento per quanto attiene ai beni pubblici di interesse culturale, la Costituzione si attesa o disattesa. Per rispondere a questa domanda vi invito a porre un attimo di attenzione all’art. 6 del Testo Unico sui Beni Culturali laddove si definisce in modo peraltro assolutamente corretto cosa debba intendersi per valorizzazione dei beni culturali sia che essi siano in “mano pubblica che privata”.

Il Testo Unico peraltro in materia di beni culturali in possesso di privati, contiene copiose disposizioni per la tutela dei beni stessi e per la “fruizione” da parte della collettività, ponendo peraltro un problema di carattere etico, ma anche di opzione politica e precisamente se un “bene patrimonio di un Paese o patrimonio dell’umanità abbia un senso che sia di proprietà privata, quindi alienabile”. Mi viene subito replicato che lo Stato può esercitare il diritto di prelazione. Sul punto vi chiedo di informarvi dalla data di entrata in funzione non già della Costituzione, ma del vecchio Testo Unico sui beni culturali Legge 1089/39si, proprio anno 1939, quante volte lo Stato abbia esercitato questo diritto prelatorio. Si contano forse sulle dita di una mano, ma non vorrei che la mano si offendesse. Peraltro in linea con questo atteggiamento di peccaminosa inattività o passività, l’allora Ministro Tremonti affermò che “con la cultura non si mangia”. Penso che quanto sopra ricordato in termini di negatività, abbia influenzato “la scarsa” fruizione degli italiani dei beni culturali, per fenomeni evidentemente non solo attribuibili a chi dispensa scarsi fondi nelle leggi finanziarie, ora cosiddette leggi di stabilità, al Ministero dei Beni Culturali e all’arte in genere, ma vada addebitata agli stessi italiani, come da alcuni indicatori che vengo ad esporre e che mi sono stati gentilmente forniti dalla Fondazione Censis, centro prestigioso di ricerca. Ad esempio nella classifica in termini percentuali di persone che hanno visitato un sito culturale almeno una volta negli ultimi dodici mesi per genere, gruppo d’età e livello d’istruzione, il Censis fornisce per il 2006 i dati di cui appresso su un campione di età dai 25 ai 64 anni. Il risultato ci pone nell’ambito dei paesi europei al penultimo posto con un totale del 27% diviso equamente tra donne e uomini, con un picco di età compreso tra i 35 e i 44 anni e con un livello d’istruzione alto seppur inferiore a quello deglialtri paesi. Sitenga peraltro conto che i dati consuntivi sono del 2006, ultimo anno di reale sviluppo industriale. Se poi andiamo a investigare la percentuale dei fruitori di beni culturali in un anno, troviamo incredibilmente che nei musei e mostre, e dall’altro nei siti archeologici e monumentali dal 2001 al 2011, questa per i primi è costante per un deludente circa 28- 29%, mentre per i secondi è parimenti costante, ma solamente al 22%. Stessi dati deludenti li troviamo per la lettura dei quotidiani o dei libri nell’arco di dieci anni in cui si è avuto un decremento del 5% per i primi, e una sostanziale staticità per i secondi. Discorso ancora più drammatico va fatto sulla frequentazione delle biblioteche che registra un secco -23,4%.

Se andiamo a vedere i visitatori dei primi cento musei italiani a parte i Musei Vaticani che si attestano su ben 5 milioni, nonostante i disagi per i visitatori comuni, al secondo posto troviamo la Galleria degli Uffizi. Apprendo con stupore che i visitatori si attestano annualmente a 1,7 milioni, mentre il Macro di Roma anno 2011 su 350 mila visitatori. Non credo che questi miseri numeri siano riconducibili al fatto che ci s’informa attraverso internet. Pochi giorni fa ho incontrato alla Feltrinelli di Roma un noto giornalista già Direttore de il Sole 24 Ore, con il quale ho avuto una frequentazione non lunga, ma intensa. Ho comprato il suo recente libro “Il web ci rende liberi”. Ho trovato spunti di tutto interesse come quando il grande Montanelli, diffidente di internet sentenziò: “meraviglioso per il futuro, non lo userò mai”. Al di là che Montanelli non poteva smentire il suo caratteraccio, ritengo che navigare sia utile, ma si deve approdare a qualche cosa che travalichi la semplice visione,altrimenti dovrei dare ragione a quanti affermano “quando usiamo un servizio web gratuito non siamo noi i clienti, siamo la merce”. Questo tanto per dire che non ritengo affatto che la cultura abbia subito un processo di transumanza dalle mostre, gallerie, siti, pinacoteche ecc., alla rete. Probabilmente le considerazioni presenti nella prima parte dell’articolo e i dati riportati ci dicono, che la Nazione che ha più sitimarchiati Unesco cioè l’Italia, è una di quelle che meno ne usufruisce. Forse colpa dei servizi nei musei e siti, peraltro feudo di pochi privati, come riportatonel numero 43 di Panorama uscito il 15.11.2013, o poca professionalità nelle guide e negli opuscoli (è solo un’ipotesi), o il prezzo del biglietto troppo esoso (seppur di gran lunga inferiore a quello di un ludico spettacolo calcistico), o sono gli italiani stessi refrattari a voler valorizzare l’arte che può essere fonte di lavoro e di sdoganamento da logiche puramente “illiberali”. Da ultimo un dato che forse racchiude tutto il discorso. In Italia, paese di innumerevoli opere d’arte, la spesa in cultura è pari al 1,1% del PIL , mentre mediamente negli altri paesi la spesa è quasi doppia. Un vero disastro culturale, economico e occupazionale. Emerito Ministro Massimo Bray questo grido di dolore e di indignazione è anche il suo, lo immagino, e se così è, cosa pensa di fare per mantenere decorosamente il nostro patrimonio artistico?

A cura di

Demetrio Minuto

Stampa Stampa | Mappa del sito
© BELLE ARTI SRLS via giulia 127 00186 Tel.0668804475